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Apocalisse

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I giornali italiani e stranieri si sono riempiti di  questi titoloni sensazionalistici, un po’ per verita’, un po’ perche’ si sono dati alla fantascienza.
L’apocalisse ancora non c’e’ stata ed in cuor nostro, di noi che abbiamo scelto di vivere in Giappone, speriamo ancora che non accada. Noi vogliamo immaginare di poter tornare alle nostre case, con le nostre cose, alla nostra vita normale fra questa gente che ci ha accolto, a volte anche con scontrosita’, con occhio guardingo ed anche con un pizzico di razzismo, ma ci ha accolto.
La nostra Ambasciata si e’ comportata benissimo e tutti quelli che dicono il contrario mentono. 
Nessuna nazione fino ad oggi ha previsto il rimpatrio con evacuazione, perche’ tutte le Ambasciate - viste le informazioni avute dal Governo giapponese - hanno pensato che non ce ne fosse la necessita’.
I cittadini che hanno deciso - per paura giustificata o meno - di tornare in Italia o nel proprio paese d’origine, l’hanno fatto di propria iniziativa e non sono stati abbandonati dalle Autorita’.
Noi ci siamo sentiti tutelati. Bollettini (di guerra) ci sono stati inviati via mail, 3 anche 4 volte al giorno e da quelli sono dipese le nostre decisioni.
Senza panico, senza allarmismi, ci siamo diretti al Sud. Ora, infatti, siamo nel Kyushu, l’ultima isola (grande) dell’arcipelago. Un’isola bellissima ed intrigante come lo sanno essere solo i paesi del sud. Colori e gente allegra, disponibile.
Siamo a Fukuoka, capitale di quest’isola, dove anche altri amici ci hanno raggiunto. Tutto ovviamente a spese nostre. Non ci aspettiamo certo che il Governo Italiano ci paghi una scelta personale, del tutto personale. E non siamo neppure qui a lamentarci, ma siamo a guardare al futuro: what if ... cosa facciamo se il peggio si materializza.
E penso a quello che abbiamo lasciato dietro di noi. Non mi preoccupo certo di una poltrona, o di un letto, ma mi preoccupo di quei ricordi, di quelle foto, di quei libri che - nel peggiore dello scenario - non potrei piu’ riavere. Mi preoccupo di quelle persone che forse non rivedro’ piu’, - e non parlo degli amici, con i quali questa tragedia ci ha fatto ancor piu’ da collante - ma parlo di quella gente che mi era diventata familiare perche’ viveva poco distante, o lavorava alla pompa di benzina o alla cassa del mio supermercato preferito,  tutta gente sempre ben disposta, sempre sorridente e rispettosa.
Ecco questo e’ quello che mi manchera’ di piu’ di questo paese, se questa maledetta apocalisse, creata e voluta fortissimamente dall’uomo, si avverra’: il rispetto, l’abnegazione, l’assoluta capacita’ di accettare l’inaccettabile senza lamentarsi.
50 persone stanno lavorando nella centrale sapendo di morire. Rischi del mestiere? Forse e’ quello che la nostra mente occidentale ed egoista ci fa vedere, per noi invece “Giapponesi” e’ il senso del dovere, il senso di patria, il dovere nei confronti della patria. 
A noi “Italiani” manca questo: manca il senso della patria, il senso di dover qualcosa al nostro Paese, ed anche se il 150 anniversario della Repubblica e’ stato gia’ celebrato e le piazze si sono tinte di tricolore, nessuno di noi si comporta come una vero “cittadino”.
Forse e’ implicito nella nostra stessa bandiera: questo tricolore con strisce parallele che possono seguire i propri binari all’infinito, senza mai mescolarsi, mentre la bandiera giapponese e’ questo  disco rosso, unico e compatto. E’ il senso assoluto dell’unione, della perfezione, anche con l’apocalisse alle porte!

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