Il computer e' stato riparato !
Dopo una settimana di
computer completamente in panne, il genio di mio
marito ha ristabilito le attivita’ del nostro MAC ...
mi domando perche’ la APPLE non lo assuma ... bah
.... i misteri della vita!
Cosi’ abbiamo ripreso da una settimana il nostro
via-vai abituale, la scuola e’ gia’ ripartita, ed il
tempo ha gia’ cominciato a volgere verso l’autunno.
Il 30 di Agosto i giapponesi saranno chiamati al
voto, e pare che, finalmente, dopo 50 anni, siano
davvero pronti ad una svolta. Mi affido alle parole
del grande Pio d’Emilia, apparse sul numero scorso de
L’Espresso, per darvi una visione completa.
Buona lettura.
“Per chi atterra oggi
a Tokyo, oramai divenuta la metropoli decisamente più
affascinante, sicura e stimolante del mondo, il
Giappone sembra essere ancora in corsia di sorpasso.
Milioni di macchine senza l’ombra di un graffio
circolano incessantemente 24 ore su 24, i negozi sono
sempre pieni, treni e metrò sempre in perfetto
orario, e i ristoranti, da quello di superlusso
all’ultima zupperia , offrono il miglior rapporto
prezzo qualità del mondo. Quello che più importa, e
che colpisce lo straniero, è che tutto (almeno
apparentemente) funziona. Nessuno ti frega, nessuno
ti aggredisce: discrezione e gentilezza, quanto meno
formale, sono i principi che da sempre regolano la
società giapponese. E il tassista che in guanti
bianchi cerca disperatamente di capire dove vuoi
andare, e che spesso (in genere vengono da province
lontane, essendo il mestiere di tassista uno dei più
facili da ottenere ma tra i più stressanti da portare
avanti) ignora egli stesso la strada, blocca il
tassametro mentre studia sul navigatore il percorso
migliore per portarti a destinazione. Dove
immancabilmente, magari dopo un’ora, ti deposita con
tanto di inchini e rifiuto sdegnato ad accettare la
benché minima mancia.
Il turista, a questo punto, si chiede, più che
legittimamente: ma cosa vanno cianciando i mass
media? Chi più ne ha, più ne metta. PIL in picchiata
(meno 15,2%, nei primi sei mesi), debito pubblico
alle stelle (oltre il 180%, molto superiore a quello
dell’Italia), aumento vertiginoso della
disoccupazione (5.2%, il dato più alto dal
dopoguerra), progressiva, inarrestabile e inaspettata
“precarizzazione” del mondo del lavoro e dell’intera
società. Due giapponesi su tre non hanno più un
lavoro a tempo indeterminato, si sposano (e fanno
figli) sempre meno e si suicidano ad un ritmo
impressionante: oltre 34 mila l’anno. Uno ogni 15
minuti, più o meno: nel mese di marzo, conclusione
dell’anno fiscale giapponese, si sono tolti la vita,
in media 100 giapponesi al giorno. Tutto funziona?
Andatelo a dire alla signora Masako Sugita, andata in
pensione un paio di anni fa, ma che ancora non ha
ricevuto nulla. Mancano i soldi? Ritardi burocratici?
Macchè. La signora è una tra i 2 milioni, forse più,
di cittadini, per la maggior parte ancora in
servizio, che a causa di un errore clamoroso di input
dati (forse provocato dal fatto che a suo tempo il
governo, per risparmiare sui costi, aveva utilizzato
lavoratori part-time cinesi, che leggono i caratteri
ideografici in modo diverso e hanno fatto confusione
tra nomi e cognomi) non risultano titolari di una
“posizione”, nonostante abbiano sempre regolarmente
versato i contributi. Viceversa, esistono altrettante
“posizioni” intestate a cittadini inesistenti. Il
governo, per uscire da questo impasse, ha dovuto
spedire una lettera a tutti i cittadini, chiedendo
loro di verificare i loro dati e, per accelerare le
pratiche, autodichiarare gli anni di lavoro e le
retirbuzioni percepite. Incredibile, ma vero. Ma
questo è un episodio difficilmente individuabile al
turista di passaggio. Al quale tuttavia gli si
aprirebbero gli occhi se, dopo e oltre le visite
liturgiche al Palazzo Imperiale, allo scintillante
centro commerciale della Ginza e agli imponenti
quanto rumorosi templi di Kyoto – una delle poche
“industrie” esentasse a fare affari d’oro -
riuscissero a farsi un giro nei quartieri di Sanya a
Tokyo e Kamagasaki a Osaka. Nulla da invidiare agli
slums di qualsiasi altra metropoli: migliaia di
barboni, vagabondi e senzatetto ammucchiati nei
parchi o direttamente sui marciapiede, in balia dei
“tekiya”, gli emissari della mafia locale (yakuza)
che all’alba fanno il giro del quartiere per
“assumere”, a condizioni miserabili e trattandosi
fino al 30% della paga, gli “hiatoi”, i lavoratori
“giornalieri”. Per carità, il fenomeno non è solo
giapponese, ma in Giappone, dove manca il concetto
stesso di solidarietà sociale e di assistenza
pubblica, e dove le autorità, per impedire ai barboni
di rovinare la vista nei parchi, hanno inventato le
panchine con il terzo bracciolo, al centro, per
impedire ai barboni di sdraiarsi, colpisce un po’ di
più. Dopo tutto siamo “ancora” (la Cina è
probabilmente destinata a superarla, l’anno prossimo)
nella seconda potenza economica del mondo. Una
potenza che dal dopoguerra ad oggi ha stupito il
mondo intero per l’imponenza e la velocità della sua
crescita. Ma che oggi sembra bloccata, incapace di
reagire ai colpi della recessione e alla crisi
“globale”. Invecchiata e rassegnata nello spirito,
oltre che nell’età media della popolazione.
Un paese dove corruzione, sprechi, ignoranza e
arroganza della classe politica (spesso comparata a
quella italiana, ma favorita nella sua impunità dalla
mancanza di una magistratura davvero indipendente ed
autonoma e dalla discrezionalità dell’azione penale)
hanno provocato negli anni una situazione
paradossale. Mentre il GNP (prodotto nazionale lordo)
continua ad essere il secondo del mondo (pari a
quello di Cina e India messe assieme) i giapponesi
diventano sempre più poveri. Lo dimostra il fattore
Gini, usato per misurare la “povertà relativa” dei
vari paesi. Fino agli anni ’80, il Giappone era in
corsia di sorpasso, con il coefficiente di
“sperequazione” tra i più bassi del mondo, attorno al
18, ai livelli di Svzia, Danimarca e Norvegia. Poi è
iniziato a calare. Oggi è precitato a 29.5, molto
vicino a quello dell’Italia, che registra il 36.5,
tra i più alti dell’Europa e oramai prossimo a quello
degli USA (40.8) da sempre considerati il simbolo
della disuguaglianza sociale. Del resto per rendersi
conto del divario e della rinascita delle “classi”
(in via di estinzione quella “media”, in aumento
super-ricchi e poveeracci) basta uscire dal centro
delle grandi metropoli e farsi un giro nelle
periferie, che lo scrittore Masahiko Shimada, autore
di un inquietante romanzo sul suicidio di “classe”
(“Jiyushikei”, “Libera condanna a morte”) ha definito
“quanto di più alienante possa produrre una società
ricca e industrialmente avanzata”. O, meglio ancora,
andare in giro per le province interne, dall’isola
settentrionale di Hokkaido, il “mezzogiorno” del
Giappone, alle campagne abbandonate del Tohoku, alle
zone montagnose del centro di Honshu, che i
giapponesi chiamano “Alpi”. Ovunque, lo stesso,
depresso, panorama: strade statali intasate,
“combini” (piccoli supermarket aperti 24 ore su 24),
orribili cartelloni pubblicitari stile Texas,
alberghi a ore. Persino a Kamikochi e Karuizawa,
“perle” del turismo invernale, a parte i ben nascosti
chalet dei VIP, trionfano i materiali poveri e
inquinanti: plastica e alluminio. Gli stupendi
paesaggi descritti dal compianto Fosco Maraini, nel
corso dei suoi numerosi viaggi in Giappone sono
oramai scomparsi dietro opere pubbliche mostruose e
inutili e a milioni di distributori automatici che
vendono di tutto, da slip e calzini a zuppe
istantanee. Quello che Maraini temeva, è stato
realizzato a tempo di record. Se siete rimasti
ammaliati da “Stile Giappone” di Giancarlo Calza,
meraviglioso manuale del Giappone che fu, leggetevi
“Il Giappone e la gloria” di Alex Kerr, per capire
come l’Impero si sia suicidato.
Il Giappone, si dirà, è tuttavia ancora l’impero
della tecnologia, dell’ingegneria applicata, delle
“invenzioni”. Innegabile. La Toto, colosso locale dei
prodotti sanitari e inventrice dei famosi washlet, i
WC integrati che oltre alle funzioni di bidet e
asciugatoi offrono ogni sorta di funzione,
dall’analisi delle urine ad una selezione musicale
“stimolante” ha annunciato poche settimane fa la
“tavoletta ecologica”. Ad ogni azione dello
sciacquone, si “ricarica”, grazie ad una microdinamo
incorporata. Fondamentale, per salvare il pianeta.
Pare sia molto gradita agli uomini “erbivori”,
curiosa definizione che una famosa sociologa ha
affibbiato ai `nuovi` maschi indigeni, `demotivati` e
depressi, non più interessati al sesso e alla
carriera, intimiditi dalle donne (sempre più
aggressive e “carnivore”) . Segni distintivi? Aspetto
ben curato, visite regolari a parrucchiere e
manicure. Qualcuno indossa perfino il reggiseno
(modelli speciali, in vendita nei department store) ,
che dà `sicurezza`. E quando fanno pipì, tendono a
sedersi.
Insomma, non è un paese in forma quello che la Balena
Gialla, il partito liberaldemocratico che dal
dopoguerra ha regnato più o meno ininterrottamente,
lascia in eredità a Yukio Hatoyama, leader del
partito democratico e probabile prossimo premier del
Giappone (vedi intervista) . Il conto alla rovescia
del “seiken kotai”, come i giapponesi chiamano il
“cambio di potere”, più volte iniziato e poi
miseramente interrotto come i razzi che i cuginetti
nordcoreani continuano a lanciare sopra i cieli di
una potenza che non sa chiedere scusa per il passato
e stenta a immaginare il proprio futuro, sembra
oramai inarrestabile. I democratici non hanno nemmeno
avuto bisogno di costruire “desistenze” formali o
sottobanco con i comunisti – come a suo tempo (fine
anni ’90) gli emissari di Prodi avevano loro
suggerito, attraverso un intenso scambio di visite e
consulenze che portarono alla creazione di una sorta
di `Ulivo a mandorla`. Non ce n’è più bisogno: anche
se il PC è dato in ascesa e potrebbe diventare la
terza forza poltica del paese, secondo tutti i
sondaggi, e grazie alla pessima performance
dell’attuale premier Taro Aso, tra i più “antipatici”
e arroganti apparsi nel dopoguerra, i democratici si
avviano ad un trionfo elettorale senza precedenti,
che permetterà loro di governare da soli (a parte un
ministero `ad personam`promesso al minuscolo partito
socialdemocratico) e di spazzare via dal potere,
forse per sempre, non solo la Balena Gialla, ma anche
il bizzarro quanto vorace, in termini di poltrone,
braccio politico della Soka Gakkai, il partito Komei.
Ma basterà il cambio di governo (meglio sarebbe dire,
di partito al governo) a frenare la caduta del
Giappone, a far ripartire la sua economia e,
soprattutto, a ritagliarsi finalmente un ruolo
politico regionale e internazionale, che vada aldilà
di quello, decisamente limitato e inadeguato al suo
status economico, di fedele vassallo degli Stati
Uniti? In altre parole, il Giappone andrà “a
sinistra”?
“Il Giappone è un paese conservatore – spiega Minoru
Morita, uno dei più autorevoli commentatori politici
locali – e la cosiddetta alternativa di governo non
sarebbe stata possibile se il PD esprimesse una
frattura netta con il passato. Paradossalmente, il
cambio di governo è possibile oggi solo perché il
Partito Democratico, sbarazzatosi delle componenti
più radicali, offre la possibilità di un ricambio
formale, ma garantendo una certa continuità.
Soprattutto in politica estera”. Shoichiro Tawara, ex
leader del mitico e violentissimo Zengakuren, il
movimento studentesco giapponese e oggi popolare
anchorman di “Sunday Project”, sorta di Porta a Porta
locale, rincara la dose: “Siamo messi talmente male
che voteremo tutti per il PD, senza renderci conto
che aldilà di qualche promessa demagogica, come il
sussidio per i figli e l’abolizione dei pedaggi
autostradali, non faremo altro che passare da una
dinastia all’altra”.
Tawara non ha tutti i torti. Il 70% dei deputati e
senatori che dieci anni fa hanno fondato il partito
democratico provengono, chi per un motivo chi per
l’altro, dalla Balena Gialla. Compreso Yukio
Hatoyama. Che come l’attuale premier Taro Aso
rappresenta una delle dinastie politiche più longeve
ed influenti, dinastie che l’ex leader del partito,
Ichiro Ozawa (costretto alle dimissioni dopo
l’arresto del suo segretario amministrativo) aveva
pubblicamente promesso di “estinguere” proponendo un
progetto di legge (oggi abbandonato) che avrebbe
impedito a figli e nipoti di deputati e senatori di
candidarsi. Oggi, un terzo dei parlamentari in
Giappone è “figlio o nipote d’arte”, e la percentuale
sale a due terzi per quanto riguarda i ministri. E se
l’attuale premier Aso vanta parentele (acquisite) con
la Casa Imperiale e discende, forse con meno vanto,
da una delle famiglie più potenti del Kyushu (nelle
miniere di famiglia, durante la guerra, venivano
usati come veri e propri schiavi prigionieri di
guerra cinesi, coreani e anche australiani. Ad uno di
questi, l’ottantenne Frederick Coombs, giunto un mese
fa in Giappone per chiedere un risarcimento e
soprattutto le scuse ufficiali il premier ha risposto
che all’epoca dei fatti aveva 5 anni e giocava a
nascondino), Yukio Hatoyama vanta un pedigree di
tutto rispetto, da far impallidire i Kennedy
(ovviamente, “amici di famiglia”) . Il bisnonno di
Yukio fu speaker del primo parlamento democratico del
Giappone, il nonno, Ichiro, “graziato” dalle truppe
di occupazione, è stato premier del Giappone
nell’immediato dopoguerra, mentre il padre non è
riuscito ad andare aldilà di ministro degli esteri.
In compenso, sposò l’erede dell’impero Ishibashi, più
noto in Occidente sotto il nome di Bridgestone. E non
mancano le “pecore nere”. Il fratello minore Kunio,
noto per i suoi commenti razzisti alla Le Pen e
rientrato del ventre della Balena Gialla dopo aver
girovagato in un paio di partiti minori, si è
distinto, nel penultimo governo, come il ministro
della giustizia più forcaiolo del dopoguerra, avendo
firmato di suo pugno, e pubblicamente vantandonesene,
ben 17 ordini di impiccagione. Una questione, quella
della pena di morte, che purtroppo neanche il
fratello “illuminato” e probabile nuovo premier del
Giappone, Yukio, ha per ora intenzione di affrontare
in modo deciso. Privatamente, ha più volte espresso
la sua contrarietà. Ma sarà difficile che, quanto
meno all’inizio del suo mandato, abbia il coraggio di
esprimersi pubblicamente e aderire, quanto meno, alla
moratoria internazionale.”




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