L'ultimo samba di Pio d'Emilia
Questo pezzo, pubblicato
da Pio d'Emilia, ed e' dedicato a tutti quelli che
credono (incluso mio amico "anonimo") che la
solidarieta' porti solo "m..da"!
Buona lettura a tutti.
HAMAMATSU
Stazione di Hamamatsu, 150 chilometri da Tokyo, un
sabato sera.
Centinaiadi barboni stanno sistemando,ordinatamente,
come ogni sera, gli scatoloni dove sono costretti a
passare la notte.In Giappone è vietato dormire
all’addiaccio e persino in macchina, nei parcheggi.Si
rischia l’arresto,per vagabondaggio. Ma a nessun
poliziotto, di questi tempi,salta in testa di far
applicare la legge. Gli scatoloni aumentano giorno
dopo giorno, e cominciano ad arrivare anche le nuove
generazioni. Non più vecchietti senza speranza, ma
uomini e donne di mezza età, persino qualche
ventenne. Lentamente, alle nove in punto, i vecchi e
nuovi «avanzi» dell’ultimo Impero si incamminano
verso una specie di piazzola dove di giorno la gente
si raduna per fumare.Già, perché ad Hamamatsu
l’amministrazione municipale, che non riesce a
trovare un tetto e un’occupazione a migliaia di
poveracci espulsi dal
circolo produttivo, ha vietato di fumare all’aperto.
Qui invece tutti, ma proprio tutti, fumano, ciascuno
con il proprio portacenere personale, nessuno butta
per terra una cicca.Barboni, derelitti, ma pur sempre
giapponesi, educati e gentili. A chi, come noi,
arriva qui per fotografarli, riprenderli,
intervistarli rispondono con gentilezza e
disponibilità: chiedono solo di non essere riprendi
di faccia, a meno che non si tratti di media
stranieri. Molti hanno una famiglia, una moglie, dei
figli.
Che magari non sanno la fine che hanno fatto. Magari
pensano che si siano suicidati, una soluzione molto
diffusa (35milal’anno, uno ogni15minuti) e più che
dignitosa, socialmente, oltre che redditizia. Le
assicurazioni pagano anche in caso di suicidio e, con
una buona polizza, se ti suicidi almeno consenti alla
tua fa-
miglia di vivere dignitosamente. Seresti in vita,vivi
nel degrado. Qualcuno di questi magari ci
stapensando, altri si accontentanodi fare johatsu,
«evaporare». Lo fanno in trentamila, ogni anno.Se le
cose si mettono male, spariscono, cambiano nome. In
Giappone non esistono documenti di indentità
obbligatori:
basta stampare un bigliettino da visita e comportarsi
bene, e nessuno ti chiede, stato di nascita,codice
fiscale, precedenti penali. Il lavoro lo trovi. O
meglio, lo trovavi. «Lavoravo di giorno in fabbrica,
di notte in un combini (piccoli supermarketd aperti
24 su 24n.d.r.)–ci racconta Yoshiaki,35anni,uno dei
più giovani –avevo una ragazza e dividevamo un
appartamento. Poi le cose sono precipitate. Prima ho
perso il lavoro in fabbrica, poi anche quello serale.
La mia ragazzasi è trovata un altro e mi ha sbattuto
fuori casa. A casa non posso e non voglio tornarci.
Per ora sono qui, ma spero di ritrovare lavoro presto
e d'andarmene». Nel frattempo,Yoshiaki si mette in
fila come tutti gli altri, ordinati esilenziosi,
ciascuno avvolto nella sua disperata solitudine, in
attesa del pasto caldo.
Ad organizzare la distribuzione è don EvaristoHiga,
un salesiano con gli occhi a mandorla,ma di
nazionalità brasiliana. Ad aiutarlo, in una società
che non riconosce la solidarietà come virtù e la
sconfitta come diritto, non sono dei giapponesi,ma
altri brasiliani. Disoccupati, magari, ma pronti a
dare una mano. E’ il primoparadosso, che colpisce,
arrivato qui. I poveracci del terzo mondo che portano
cibo e conforto ai «colleghi» del primo. Una lezione
che lascia di stucco. "Una lezione che sta dando i
suoi frutti– spiega don Higa– adesso cominciano a
venire anche i giapponesi, a dare una mano. Uno mi ha
detto: sa padre, finalmente mi sento utile, ho capito
che cos’è la solidarietà. Prima pensavo si trattasse
di aiutare i bambini ad attraversare la strada,o
tenere puliti i marciapiedi….».
I ragazzi del Brasile
Hamamatsu, un’anonima città di plastica e cemento
affacciata sul Pacifico, è la quarta città
industriale del Giappone, polo del settore
metalmeccanico (Honda, Yamaha, Suzuki) e di quello
elettronico (Sony,Panasonic,Hitachi).Ottocentomila
abitanti, 50milastranieri. E’ la città giapponese con
il più alto tasso di «stranieritudine», anche se non
sembra. La comunità più numerosa infatti è quella
brasiliana, oltre 40mila persone, ma quasi tutte di
origine giapponese. Sono i «nisei»: i figli, ma
soprattutto i nipoti, degli emigranti giapponesi che
nel secolo scorso andarono inBrasile (ma anche
Argentina, Perù e Venezuela) a cercar fortuna.
Molti la trovarono, altri no. Molti sono tornati
nella patria d’origine negli anni
’80,quandol’economia giapponese tirava e, bisognosa
di manodopera a buon mercato, preferiva «importare» i
nisei, che pur essendo stranieri a tutti gli effetti
( la maggior parte non parla nemmeno il giapponese)
sono quindi facilmente discriminabili e
ricattabili.Ora sono i primi a pagare il conto dello
tsunami finanziario che ha colpito le imprese e
travolto i mercati. Su 320 mila nisei residenti in
Giappone (ma ve ne sono molti altri, non in regola)
la metà è disoccupata. Per chi ha famiglia, è una
catastrofe, anche se per ora lo spirito di
solidarietà e l’ottimismo insito nella cultura
brasiliana cerca di resistere all’impatto. «La stampa
giapponese come al solito agita le acque per
nulla–spiega Francisco Freitas, sindacalista –hanno
parlato di migliaia di senza tetto, di gente che
dorme in macchina, di aumento della delinquenza
minorile. Ma non è così. La situazione è drammatica,
ma la comunità brasiliana non solo si sta
organizzando, ma sta insegnando anche ai giapponesi
ad organizzarsi,a reagire. Perdere il lavoro non è
una vergogna. E’ una ingiustizia, contro la quale si
deve reagire e combattere».
La solidarietà, tra i brasiliani, è molto diffusa.
Difficile trovarli sotto i ponti,nelle scatole di
cartone. Se resti senza lavoro e non puoi più pagarti
la casa, te ne vai da un amico. «Non esiste che lasci
un amico per strada–racconta Edmondo, tornitore alla
Honda, il cui contratto scade a marzo – per ora sono
io ad ospitare un’intera famiglia. Ma sono sicuro che
se dovesse capitare a me troverei subito una
sistemazione». Nonostante l’integrazione sia sempre
stata molto difficile, la crisi sta avvicinando le
persone.
Leggendo della situazione sempre più drammatica in
cui si trovano i brasiliani, la signora Fukai, che
aveva ereditato un albergo ma lo teneva chiuso, ha
messo a disposizione la struttura. Adesso ci vivono
in cinque famiglie, gratis, ma la notizia si sta
spargendo e c’è gente che arriva da ogni parte del
paese.
Luis, 48anni, licenziato senza preavviso, ha fatto
140chilometri a piedi, con 100 yen, meno di un euro
in tasca, camminando per 7 giorni e dormendo dove
capitava. «E’ stata dura,ma ora sono tranquillo, qui
c’è una bella atmosfera». La signora Fukai non vive
con loro, ha una casa ad una ventina di chilometri di
distanza e deve accudire un figlio con la sindrome di
Down. «Solo chi ha sofferto davvero può capire la
sofferenza altrui. Per questo mi è sembrato naturale
aprire questa struttura. Anche se mi sono infilata in
una serie di guai….». Invece che darle una mano,
magari un finanziamento, le autorità regionali e
soprattutto comunali stanno conducendo una battaglia
senza esclusione di colpi. Mancano le licenze e i
nullaosta sanitari, e più di una volta hanno imposto
alla signora di chiudere. Lei se ne frega, e anziché
ubbidire, ha convocato una conferenza stampa,
denunciando l’accaduto alla stampa straniera. Come
per incanto, le pressioni sono finite ed un
funzionario del comune è andato a trovarla,
suggerendole di fare domanda per un finanziamento.
Nella seconda potenza industriale del mondo,
nell’Impero della Sony e della Toyota succede anche
questo.
E non è finita. Lo tsunami avanza.




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