Dal nostro inviato
Altro formidabile scenario della politica giapponese
raccontato dal nostro "inviato" preferito: Pio
D'emilia. Buona lettura
Da quando il Partito Democratico è andato al potere,
lo scorso settembre, il Giappone sta vivendo un
momento storico. Un (ri)cambio di potere (più che di
governo) di proporzioni gigantesche. Non solo è stata
spazzata via – e senza ausilio della magistratura,
rimasta, come vedremo, fedele all’ancient regime,
almeno per il momento - un’intera classe
politica, ma anche la vecchia, potente e negli ultimi
tempi sempre più arrogante e corrotta più che
competente e efficiente, burocrazia. Ma il “nuovo”
stenta ad affermarsi. Per dirla con un importante
rappresentante del nuovo governo, il vicepremier
Naoto Kan (l’unico ad avere avuto in passato una sia
pur brevissima esperienza di governo: nel 1996
è stato ministro della Sanità del primo e unico
governo a guida socialista): “siamo entrati nel
Palazzo, ma i pochi bottoni che abbiamo trovato non
funzionano”. Ammesso che ci siano, verrebbe da
aggiungere. Ad un partito-stato (il partito
liberaldemocratico, giustamente soprannominato
“Balena Gialla” per le sue similitudini con la nostra
vecchia Balena Bianca, la DC), lautamente finanziato
dal mondo industriale affinché di fatto non
governasse e lasciasse mano libera alla burocrazia da
sempre connivente con i vecchi ZAIBATSU (“cartelli”)
la nuova, relativamente giovane e sicuramente
inesperta classe politica ha sicuramente molte idee,
ma non ha la minima idea di come metterle in pratica.
L’arte di governare, in un paese noto per aver
inventato varie forme di guida surrogata (dagli
SHOGUN ai “kuromaki” – “burattinai” – dell’era
contemporanea, come il vecchio premier Kakuei Tanaka
e lo stesso Ichiro Ozawa, che non per niente in
gioventù era stato uno dei suoi più solerti e fidati
portaborse) non è semplice, e nessuno può aspettarsi
che un’armata brancaleone di ex fuorisciti della
Balena Gialla (il cui scopo è soprattutto vendicarsi)
e di giovani quanto inesperti rampolli scelti
personalmente da Ozawa (sono ben 143 i neo eletti
grazie al suo appoggio, e oggi sono tutti, o quasi,
“imbucati” nei vari ministeri come sottosegretari)
possa improvvisamente “fare la storia”. Operazione
non facile, visto che si tratta, come ha avuto modo
di spiegare proprio Ozawa nel corso del suo recente
viaggio in Cina (dove si è portato tutti i suoi 143
“soldati”, assieme ai loro “familiari”, amichette
comprese, presentandoli a Hu Jintao come l’Armata di
Liberazione del Giappone) di “liberarsi” dalla
sudditanza (ma non dall’alleanza, ancora tatticamente
indispensabile) nei confronti degli Stati Uniti,
conquistare un ruolo internazionale autonomo (ma nel
rispetto delle nuove realtà geografiche, leggi
riconoscimento dell’oramai incontenibile leadership
cinese, di cui al recente “pellegrinaggio”), far
ripartire l’economia senza aumentare ulteriormente il
deficit pubblico (che ha oramai sfondato il 200% del
PNL: il più alto del mondo) e, scusate se e poco,
ridare ai giapponesi forza e fiducia: “non solo per
il futuro dell’economia, ma anche della politica”.
Detto da Ozawa sembra più una bestemmia che un
auspicio, ma tant’è, gli eroi sono giovani e belli
solo nelle canzoni. Nella realtà si può provare
simpatia, se non addirittura solidarietà, per questo
signore che nell’immaginario collettivo giapponese ha
già superato il suo maestro (Kakuei Tanaka, il
premier arrestato per lo scandalo Lockeed, nel 1976):
un recente sondaggio lo indica tra i più corrotti,
antipatici e inaffidabili personaggi politici. Ma
oltre il 70% ritiene che abbia svolto un ruolo
fondamentale nella storia politica del Giappone e lo
ritiene tutt’ora indispensabile per portare a termine
il “cambiamento”. Vedremo cosa ne pensa la
magistratura che in questi giorni, in queste ore, ha
in mano il suo futuro, e forse del paese. Una
magistratura che in assenza di un organo
costituzionale di autogestione (non esiste il CSM:
tutte le nomine vengono fatte dal ministero della
giustizia) e grazie alla tanto auspicata in Italia
discrezionalità dell’azione penale ha di fatto, in
passato, bloccato (anziché favorire…) il ricambio
della classe politica. Esemplare, anche se poco
ricordato e citato, è il caso di Eisaku Sato,
il premier che nell’immediato dopoguerra costruì e
infine firmò il Trattato di Sicurezza e Cooperazione
con gli Stati Uniti, di cui quest’anno corre il 50mo
anniversario (passato in sordina, segno che la
“sudditanza” è davvero in discussione).
Sato,coinvolto inequivocabilmente in uno scandalo di
tangenti, fu “salvato” dal suo ministro della
Giustizia che convocò a notte fonda il procuratore
generale (si chiamava anche lui Sato..) e gli
“chiese” di stracciare il già firmato mandato
d’arresto contro il premier. Il procuratore obbedì,
diede le dimissioni, e si ritirò per sempre in un
monastero, mentre il premier Sato, anziché finire in
galera, ricevette, due anni dopo, addirittura il
Nobel per la Pace. Molti sostengono che anche oggi
potrebbe finire così, che basterebbe una telefonata
“giusta” per bloccare la magistratura e fargli
allentare la morsa in cui sta stringendo Ozawa. Ma
non succederà. Un po’ perché è difficile immaginare
la signora Keiko Chiba, attuale ministro della
Giustizia, che chiami la Procura Generale per salvare
Ozawa, anzichè come ha già fatto (promettendo di
imporre una moratoria di fatto alle esecuzioni) la
vita dei condannati a morte. Un po’ perché sono in
molti, nel partito (a partire proprio da Naoto Kan,
la cui popolarità, al contrario di quella di Ozawa e
dello stesso premier Hatoyama, è in netta ascesa) a
ritenere che il ruolo di Ozawa non sia poi ancora
così indispensabile. In giapponese si dice
OTSUKARESAMA: grazie per quel che hai fatto... Ora
fatti in là.




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