top left image
top right image
bottom left image
bottom right image

Dal nostro inviato

miel_30082009_1

Altro formidabile scenario della politica giapponese raccontato dal nostro "inviato" preferito: Pio D'emilia. Buona lettura
Da quando il Partito Democratico è andato al potere, lo scorso settembre, il Giappone sta vivendo un momento storico. Un (ri)cambio di potere (più che di governo) di proporzioni gigantesche. Non solo è stata spazzata via – e senza ausilio della magistratura, rimasta, come vedremo, fedele all’ancient regime, almeno per il momento  - un’intera classe politica, ma anche la vecchia, potente e negli ultimi tempi sempre più arrogante e corrotta più  che competente e efficiente, burocrazia. Ma il “nuovo” stenta ad affermarsi. Per dirla con un importante rappresentante del nuovo governo, il vicepremier Naoto Kan (l’unico ad avere avuto in passato una sia pur brevissima esperienza di governo: nel 1996 è  stato ministro della Sanità del primo e unico governo a guida socialista): “siamo entrati nel Palazzo, ma i pochi bottoni che abbiamo trovato non funzionano”. Ammesso che ci siano, verrebbe da aggiungere. Ad un partito-stato (il partito liberaldemocratico, giustamente soprannominato “Balena Gialla” per le sue similitudini con la nostra vecchia Balena Bianca, la DC), lautamente finanziato dal mondo industriale affinché di fatto non governasse e lasciasse mano libera alla burocrazia da sempre connivente con i vecchi ZAIBATSU (“cartelli”) la nuova, relativamente giovane e sicuramente inesperta classe politica ha sicuramente molte idee, ma non ha la minima idea di come metterle in pratica. L’arte di governare, in un paese noto per aver inventato varie forme di guida surrogata (dagli SHOGUN ai “kuromaki” – “burattinai” – dell’era contemporanea, come il vecchio premier Kakuei Tanaka e lo stesso Ichiro Ozawa, che non per niente in gioventù era stato uno dei suoi più solerti e fidati portaborse) non è semplice, e nessuno può aspettarsi che un’armata brancaleone di ex fuorisciti della Balena Gialla (il cui scopo è soprattutto vendicarsi) e di giovani quanto inesperti rampolli scelti personalmente da Ozawa (sono ben 143 i neo eletti grazie al suo appoggio, e oggi sono tutti, o quasi, “imbucati” nei vari ministeri come sottosegretari) possa improvvisamente “fare la storia”. Operazione non facile, visto che si tratta, come ha avuto modo di spiegare proprio Ozawa nel corso del suo recente viaggio in Cina (dove si è portato tutti i suoi 143 “soldati”, assieme ai loro “familiari”, amichette comprese, presentandoli a Hu Jintao come l’Armata di Liberazione del Giappone) di “liberarsi” dalla sudditanza (ma non dall’alleanza, ancora tatticamente indispensabile) nei confronti degli Stati Uniti, conquistare un ruolo internazionale autonomo (ma nel rispetto delle nuove realtà geografiche, leggi riconoscimento dell’oramai incontenibile leadership cinese, di cui al recente “pellegrinaggio”), far ripartire l’economia senza aumentare ulteriormente il deficit pubblico (che ha oramai sfondato il 200% del PNL: il più alto del mondo) e, scusate se e poco, ridare ai giapponesi forza e fiducia: “non solo per il futuro dell’economia, ma anche della politica”. Detto da Ozawa sembra più una bestemmia che un auspicio, ma tant’è, gli eroi sono giovani e belli solo nelle canzoni. Nella realtà si può provare simpatia, se non addirittura solidarietà, per questo signore che nell’immaginario collettivo giapponese ha già superato il suo maestro (Kakuei Tanaka, il premier arrestato per lo scandalo Lockeed, nel 1976): un recente sondaggio lo indica tra i più corrotti, antipatici e inaffidabili personaggi politici. Ma oltre il 70% ritiene che abbia svolto un ruolo fondamentale nella storia politica del Giappone e lo ritiene tutt’ora indispensabile per portare a termine il “cambiamento”. Vedremo cosa ne pensa la magistratura che in questi giorni, in queste ore, ha in mano il suo futuro, e forse del paese. Una magistratura che in assenza di un organo costituzionale di autogestione (non esiste il CSM: tutte le nomine vengono fatte dal ministero della giustizia) e grazie alla tanto auspicata in Italia discrezionalità dell’azione penale ha di fatto, in passato, bloccato (anziché favorire…) il ricambio della classe politica. Esemplare, anche se poco ricordato e  citato, è il caso di Eisaku Sato, il premier che nell’immediato dopoguerra costruì e infine firmò il Trattato di Sicurezza e Cooperazione con gli Stati Uniti, di cui quest’anno corre il 50mo anniversario (passato in sordina, segno che la “sudditanza” è davvero in discussione). Sato,coinvolto inequivocabilmente in uno scandalo di tangenti, fu “salvato” dal suo ministro della Giustizia che convocò a notte fonda il procuratore generale (si chiamava anche lui Sato..) e gli “chiese” di stracciare il già firmato mandato d’arresto contro il premier. Il procuratore obbedì, diede le dimissioni, e si ritirò per sempre in un monastero, mentre il premier Sato, anziché finire in galera, ricevette, due anni dopo, addirittura il Nobel per la Pace. Molti sostengono che anche oggi potrebbe finire così, che basterebbe una telefonata “giusta” per bloccare la magistratura e fargli allentare la morsa in cui sta stringendo Ozawa. Ma non succederà. Un po’ perché è difficile immaginare la signora  Keiko Chiba, attuale ministro della Giustizia, che chiami la Procura Generale per salvare Ozawa, anzichè come ha già fatto (promettendo di imporre una moratoria di fatto alle esecuzioni) la vita dei condannati a morte. Un po’ perché sono in molti, nel partito (a partire proprio da Naoto Kan, la cui popolarità, al contrario di quella di Ozawa e dello stesso premier Hatoyama, è in netta ascesa) a ritenere che il ruolo di Ozawa non sia poi ancora così indispensabile. In giapponese si dice  OTSUKARESAMA: grazie per quel che hai fatto... Ora fatti in là.

|