Primo Ministro

6 Primo Ministri si sono succeduti negli ultimi 5
anni sulla poltrona piu' alta della Dieta Giapponese.
La politica giapponese non se la passa meglio di
quella italiana, neanche per eta', tutti da pensione.
Il successore di Hatoyama, scaricato per la questione
di Okinawa, e' Naoto Kan (l'ultimo nel riquadro a
destra). Pare che il futuro di Kan pero' non stia
nell'isola tropicale del Giappone, ma nelle ex
province rurali che nel frattempo sono diventate dei
ricchi distretti industriali e sono "ovviamente"
preoccupate per la fine dei sussidi e
dell'assistenzialismo statale.
Vi riporto qui di seguito un articolo di Pio
d'Emilia, che vi da' un'idea della situazione
politico-economica del Paese del Sol Levante.
Quote
"
L’onorevole Borghezio la chiamerebbe “Padania
Gialla”. Il “nord-est” giapponese esclude il nord
(che equivale, per abbandono e divario
socio-economico, al nostro sud) ma abbraccia buona
parte della costa orientale, quella che si affaccia
sul Mar del Giappone e che ha segnato, nel bene e nel
male, la “storia” del Giappone moderno. Dalla storica
battaglia di Tsushima, nel 1905, quando il Giappone,
appena uscito dal Medio Evo (durato sino a
quarant’anni prima, con l’apertura forzata del paese
minacciato dai cannoni del commodoro Perry), diede
una sonora lezione alla Russia degli Zar, a
Kaku-chan (Kakun-ciello) come qui ancora
chiamano Kakuei Tanaka, il premier più corrotto,
astuto e popolare del dopoguerra. I suoi metodi per
così dire “spicci” (“il rispetto si conquista, i voti
si comprano”, era uno dei suoi slogan), ma efficaci,
portarono in pochi anni in una delle zone più
povere e sottosviluppate l’alta velocità,
due autostrade, 13 centrali nucleari (che
producono il 25% del totale nazionale) e miliardi di
finanziamenti, aiuti e sussidi vari al minuscolo, ma
politicamente rilevante grazie ad un perverso (ma
apparentemente intoccabile, sistema elettorale)
settore agricolo. Purtroppo per lui, Tanaka,
nonostante le umili origini (abbandonò gli studi a 15
anni, per rilevare l’azienda del padre fallito)
pensava in grande. Le sue idee misero in tale
agitazione gli Stati Uniti che dopo un paio di
“strappi” (tra i quali quello di “aprire” alla Cina
sei mesi prima di Kissinger e Nixon) atterrarono
nelle redazioni dei giornali giapponesi i documenti
“segreti” dell’affaire Lockeed, con il nome di Tanaka
ben evidenziato.
Kaku-chan se ne fece
una ragione e, dimessosi dal partito e affrontato
spavaldamente il processo (compresi alcuni giorni di
carcere) senza accampare “impedimenti” vari, si
ritirò “a vita privata”. Si fa per dire, perché oltre
a togliersi subito la soddisfazione di riconquistare
un seggio come indipendente nel proporzionale
(conservandolo fino alla morte) e piazzare la
figlia Makiko (ora passata al partito
democratico) nel suo vecchio,
blindatissimo collegio di Niigata, Tanaka è rimasto
fino alla morte, avvenuta nel 1993, ed è
tutt’ora, il punto di riferimento, quanto meno
locale, della Balena Gialla, il vecchio,
onnipotente e oramai pressoché estinto partito
liberaldemocratico, la DC
giapponese.
Fa impressione tornare
qui dopo pochi anni - l’ultima volta fu nel 2004, per
il terremoto, ricordo come la gente ignorasse
ostentatamente Koizumi, premier in carica arrivato in
elicottero e mocassini, e portasse invece in
trionfo Makiko, la figlia di Tanaka, arrivata alla
guida della sua jeep personale e con tanto di
stivaloni e piccozza - al seguito di un
premier meno popolare (per ora) e, (speriamo)
decisamente meno corrotto. Come il giovane, (e
dunque poco rispettato) Sadakazu Tanigaki,
curatore fallimentare di ciò che resta del PLD, anche
Naoto Kan, neo premier “ulivista” (ma senza alcuna
apertura al PC locale, che del resto è fermo alla IV
internazionale) comprende l’importanza, probabilmente
determinante, della “provincia” e del cosiddetto voto
“rurale” rispetto alle metropoli. Nel complicato e un
po’ astruso sistema elettorale giapponese (che
assomiglia molto al nostro vecchio “mattarellum” per
quanto riguarda il mix di uninominale e
proporzionale, ma dove i voti hanno un “peso” diverso
a seconda che vengano espressi nei collegi rurali o
nelle grandi città) il voto delle “campagne” è
decisivo, e per vincere le elezioni,
soprattutto nei collegi uninominali, l’appoggio delle
potenti cooperative agricole è importante come (era)
quello dei sindacati nelle grandi
città.
Il problema è che anche le
cooperative non ci sono più. E se ci sono, ci spiega
Tomotsugu Kitajima, 59 anni, presidente della
Noseiren (la Coldiretti locale), non contano più
granchè. “In altri tempi i leader politici,
soprattutto un premier in carica, sarebbe stato
accolto da migliaia di persone – spiega Kitajima, che
ha tutta l’aria di non aver mai toccato una vanga e
non vede l’ora di andarsene a giocare a golf – oggi
ho dovuto sudare le sette camicie per convincere un
po’ di gente a venire davanti alla stazione”. In
altri, neanche troppo lontani, tempi, Kitajima non
starebbe scalpitando per andare a giocare a golf. A
pochi giorni dalle elezioni, sarebbe impegnato nel
forsennato porta a porta che la legge ancora consente
o nel bailamme di telefonate – anch’esse consentite –
a tutti i capofamiglia dei vari villaggi, per
ricordargli di andare a votare e di votare per il
candidato prescelto. Ma stavolta è
diverso. Per la prima volta dal dopoguerra, la
potente Noseiren non ha un candidato ufficiale.
Troppo tardi e insensato per sostenere quello
della Balena Gialla oramai boccheggiante, troppo
presto e rischioso per appoggiare quello, giovane e
sconosciuto, proposto dal partito democratico.
Libertà di voto, dunque. E che c’è di male?
“Tutto - spiega Kitajima, che sembra più
interessato a parlare con un giornalista straniero
che ad ascoltare il discorso di Kan, che considera un
politico di “passaggio”, altro che Kaku-chan – perché
è l’intero sistema ad essere saltato. Se il PD, come
sembra, ci toglie gli incentivi, quei
pochi che ancora coltivano la terra, sia pure
part time, smettono del tutto. E poi sì che finiamo,
dopo essere stati servi degli USA, dritti nelle mani
della Cina”. Molto chiaro. Anche se infondato, visto
che nel suo “manifesto”, come il PD chiama
oramai da anni il suo programma elettorale, si
confermano sussidi e perfino “integrazioni di
reddito” per i contadini colpiti dalla crisi. Due
miliardi di dollari a fondo perduto che il partito
democratico ha stanziato per ingraziarsi le campagne
e che il PLD accusa di rappresentare il vero volto
neo-assistenzialista del governo, proprio ora che la
Balena Gialla aveva scoperto il fascino del rigore
fiscale e del governo magro. Ma tant’è, i media
battono la grancassa e le province si agitano. Lo
scenario di Fukui si estende a livello nazionale, con
le 123 , un tempo potentissime, federazioni locali
della Coldiretti nella stessa situazione di sospetto
e furore. Libertà di voto. E dunque instabilità
garantita. Uno scenario “italiano” che oramai sta
diventando un’amara realtà per un paese che ha
aspettato quasi sessant’anni per realizzare
l’alternativa di governo, ma che negli ultimi 5 anni
ha nominato, e “sepolto”, per fortuna solo
metaforicamente, 6 premier. L’Italia è
una dittatura, al confronto.
Anche l’attuale premier,
Naoto Kan, amico personale di Prodi e come Tanaka
“figlio del popolo” (anche se è “almeno” è laureato,
in ingegneria, sia pure in una università minore ),
rischia grosso. Nonostante il suo indice di
gradimento fosse, appena ereditati governo e partito
dall’ex premier Hatoyama, costretto a dimettersi dopo
il voltafaccia su Okinawa e le basi Usa, molto alto
(quasi il 70%), nelle ultime settimane e soprattutto
giorni la sua popolarità è in picchiata. Ieri, gli
ultimi sondaggi lo davano al 45%, ancora
decisamente superiore al rivale Tanigaki (18%), ma
anche se il suo carisma personale sembra tenere (è
uno dei pochi che sa parlare in pubblico e che riesce
a catturare l’attenzione delle gente) le sue ultime
uscite non sono state tra le più fortunate. Qualcuno,
anzi, dice che sono state un micidiale
autogol.
Parliamo dell’IVA, la
“famigerata”, per i giapponesi, imposta sui
consumi. Paese strano, il Giappone. Deficit
pubblico tra i più alti al mondo (sfiora il 200% del
PIL), una serie di “bombe” ad orologeria innescate
(buco pensionistico, invecchiamento della
società, disoccupazione e precarizzazione del
lavoro ) di cui nessuno sembra farsi davvero e
urgentemente carico e poi se qualcuno, come l’attuale
premier, propone “di cominciare a discutere un
possibile aumento della tassa sui
consumi”(attualmente al 5%) rischia il linciaggio.
Intendiamoci, i grandi cartelli industriali e i
grandi media (che poi sono la stessa cosa) hanno una
buona dose di responsabilità. A loro questo premier
“incontrollabile”, che da giovane occupava le
università e partecipava ai cortei e che parla di
“crescita socialmente sostenibile”, di “stato sociale
e, udite udite, “politica dei redditi”, non piace. E
da quando è stato eletto non fanno altro che dargli
addosso. La storia dell’Iva è tipica. Kan non ha mai,
anzi ha ripetutamente detto il contrario, affermato
di voler aumentarla subito. L’IVA, ha detto, è
uno degli strumenti per ripianare il deficit senza
aumentare le emissioni di nuovi titoli, evitando
quello che, lo ha detto ieri a chiusura della
campagna elettorale, i “grandi” gli hanno fatto
capire nel corso del’ultimo G8 a Toronto. E cioè che
il Giappone diventi, con conseguenze ben più
drammatiche per l’economia del mondo, una nuova
Grecia. Per questo, dice Kan, occorre iniziare un
serio dibattito e valutare se, come e di quanto
aumentare l’imposta più odiata dai giapponesi.
Purtroppo i media hanno manipolato la questione e i
giapponesi, l’abbiamo verificato di persona in
occasioni dei (pochi) comizi, è furibonda e pronta,
nel segreto dell’urna, a “farla pagare a quel
cretino”, come ci ha detto ieri sera un vecchio,
incazzatissimo commerciante che ha sempre votato per
il PD e che quest’anno, nella migliore delle ipotesi,
si astiene.
Che l’IVA porti male, ai
politici, è un fatto. Il primo a proporla fu, nel
1979, Masayoshi Ohira. Era talmente sicuro di sé che
sciolse il parlamento per avere un forte mandato
popolare. Il risultato fu che la Balena Gialla subì
la prima seria sconfitta del dopoguerra e restò al
potere solo grazie al voto dei cosiddetti
“indipendenti” (tra i quali, guarda caso, il buon
Tanaka…). Ohira non si rimise mai dal colpo e, poco
dopo un comizio, fece un infarto, morendo dopo
pochi giorni. Ci vollero quasi 10 anni prima
che Noboru Takeshita, altro “protegè” di Tanaka
riuscisse a fare approvare il primo progetto di
legge in materia, fissando l’IVA al 3%. La legge
venne approvata il primo aprile 1989, ma
Takeshita, travolto da una serie di scandali e dal
crollo della popolarità, si dimise dopo un mese. Ogni
tentativo di aumentare la tassa ha finito per
“scottare” i premier che lo proponevano, dal
“samurai” Morihito Hosokawa a Ryutaro Hashimoto, che
nel 1997, su consiglio di Ichiro Ozawa, altro degno
seguace di Kakuei Tanaka, (di cui, negli anni ’70,
era stato segretario personale) la portò al 7%. Ma
Ozawa, che con il suo partito “arcobaleno”
nazionalbuddista (il Shinshinto) lo aveva inzialmente
appoggiato, sperando di succedergli, fu
duramemte punito dagli elettori. Furibondo, Ozawa
sciolse il Shinshinto, costrinse Hashimoto alle
dimissioni e cominciò a fare la corte a Kan e
Hatoyama, che all’epoca co-gestivano il partito
democratico, fino al punto di diventarne il
presidente e portarlo, con guida a dir poco
(eticamente) spericolata, al
potere.
C’è chi sostiene che
dietro la proposta di ritoccare l’IVA, proposta che
Kan “difende” citando regolarmente l’Italia (“da anni
è al 19% e non mi sembra che gli italiani stiano
molto peggio di noi”) ci sia l’ultimo
(speriamo) guizzo di Ozawa, costretto a dimettersi
dalla presidenza del partito poco prima del trionfo
elettorale dell’anno scorso, a causa di una serie di
inchieste giudiziarie. Corre voce che sia stato
proprio lui a suggerire a Kan di uscire allo
scoperto, mostrando coraggio e potere di inziativa ad
un elettorato in cerca di una vera leadership, oramai
da troppo tempo mancante. E Kan avrebbe “abboccato”,
costruendosi la fossa e riaprendo la strada allo
stesso Ozawa, che ha già fatto capire di essere
pronto, il prossimo settembre, in occasione del
congresso, a “sacrificarsi” di nuovo per il partito,
nel caso ve ne fosse bisogno.
Speriamo di no. Perché
aldilà del risultato di domani – tutt’altro che
scontato, visto che il 20% degli elettori si dichiara
ancora indeciso e che anche la perdita della
maggioranza alla Camera Alta non dovrebbe produrre
immediati effetti sulla tenuta del governo – sarebbe
davvero un peccato che la politica giapponese,
diventata di nuovo interessante e con nuovi
protagonisti, assistesse all’ennesima
resurrezione della Balena Gialla e del suo
spericolato, quanto astuto, manovratore, Ichiro
Ozawa.
Il rischio, ahimè,
c’è. E lo si percepiva chiaramente, ieri, seguendo i
sempre più patetici comizi dei candidati per le
strade infuocate e brulicanti – ma di gente
disinteressata e spesso infastidita dalla cacofonia
elettorale - di Tokyo. Politici che parlano al
vento, nessuno che si ferma non dico per ascoltare,
ma nemmeno per accettare un volantino. La percentuale
di indifferenza (e insofferenza), tra i giovani, è
pressoché totale. I pochi che si fermano sono
donne e vecchietti. Spariti (tranne che nel PC, che
dovrà accontentarsi di mantenere gi attuali 4 seggi)
i “militanti”. A megafonare e volantinare ci sono
solo “volontari” in affitto, regolarmente (si
fa per dire) pagati. Un tanto (10 euro) l’ora,
cestino per il pranzo e rimborso delle spese di
trasporto. Ho chiesto ad una ragazza di che partito
fosse la tipa sul palco, di cui stava distribuendo i
volantini. “Boh, non so. Mi sembra del Pd”, mentre
sul volantino che stava distribuendo c’era
chiaramente il simbolo del “Mina no to”, il “partito
de noantri”, ennesimo cespuglio nato dai resti della
Balena Gialla. Contrariamente all’anno
scorso, quando avevamo percepito un netto aumento di
interesse per la politica e l’annunciata
“alternativa”, tutto sembra tornato come prima.
Comizi brevi, assordanti e deserti, condotti in
condizioni assurde (in Giappone è vietato bloccare il
traffico per qualsivoglia motivo, per cui cortei e
comizi si tengono nel pieno rispetto dei semafori e
con gli oratori costretti ad utilizzare volumi
assurdi per superare il rumore del traffico). Ha
fatto bene Kan, che ha snobbato Tokyo e ha
preferito chiudere la campagna elettorale a
Kichijoji, un piccolo comune della periferia, da
sempre guidato da un’amministrazione progressista.
“Vorrei cambiare questo paese, renderlo più vivibile
e simpatico – ha urlato da un camioncino
scelleratamente piazzato al centro di una
trafficatissima rotatoria – ma se non ce la
dovessi fare me ne torno qui, sicuro del vostro
affetto”. Fa un po’ pena, Naoto Kan. E’ al
potere da appena un mese. Ma sembra già stanco."
Unquote




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