Romanticismo giapponese
Ci saranno delle ragioni
socio-politiche per cui il Giappone e' carente di
idee. Sicuramente forte delle collettivita', a
scapito dell'individualita', ha molte piu' chanches
di sopravvivere in momenti di crisi, ma proprio in
momenti di crisi nessuno -con estro, con genio- da'
il fatidico colpo di reni per risalire.
La disoccupazione e' salita al 5%, massimo storico
degli ultimi 5 anni - si legge-, ma considerando che
il mondo femminile ha un ridottissimo impiego
lavorativo, la situazione -ribaltata sui parametri di
una qualsiasi societa' occidentale-, appare molto
piu' grave del fatidico 5%.
Il "circolo" impiegatizio fatto appunto di soli
uomini si distingue per l'abbigliamento: nero.
Vestito nero, camicia bianca, scarpe nere. Camminano
in gruppo all'ora di pranzo, all'uscita dall'ufficio,
all'ingresso dei bar in un sinuoso andamento quasi
funereo. Vederne dei gruppi mette quasi ansia, ma
loro -in gruppo- si sentono felici, perche'
appartengono ad un'identita' sociale: tutti con le
stesse abitudine, le stesse fantasie, gli stessi
sogni.
Mai come in Giappone l'idea romantica di nazione ha
preso campo, dove tutto quello che viene da fuori e'
"estraneo" e mai considerato parte integrante,
perche' diverso, appunto. Anche il pessimismo cosmico
abita qua: convivere con terremoti e tsunami ha fatto
si' che questo popolo accettasse con rassegnazione la
caducita' della vita, considerando il suicidio
(seppuku) un'alta forma di espiazione. Poche
emozioni, ma vissute con pathos, con forza
travolgente come la magnitudo di un terremoto, come
la potenza delle onde di uno tsunami.
Ed allora, viene spontaneo chiedersi se
quest'inversione di tendenza nelle giovani
generazioni di tenersi per mano, abbracciarsi per la
strada, scambiarsi baci in pubblico non sia l'inizio
di una crisi d'identita' di questo paese, che ha
fatto del pudore dei sentimenti la propria bandiera.
E se e' vero che la storia e' ciclica, forse ci
stiamo preparando di nuovo al Super-Uomo! Nietzsche
docet.




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