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Permettetemi...filosofeggiare

filosofos

Di coppie miste, lei giapponese (o orientale) e lui occidentale e' pieno il mondo, di coppie combinate all'incontrario (lei occidentale e lui orientale) molte meno.
Cosi' oggi mi sono dedicata alla lettura di interessanti studi, opinioni e blogs su questo argomento e mi sono fatta un'idea, che poi pero' ho rielaborato.
Sono partita da un concetto "storico", menzionato in quasi tutti i testi:

"l'idea della donna orientale nel mondo occidentale si rifa' spesso e volentieri all'idea della prostituta cinese che nel XIX veniva "esportata" nel mondo occidentale, o veniva "sfruttata" dagli uomini occidentali durante i loro viaggi in Estremo Oriente..... D'altro canto, invece, gli uomini orientali sono sempre stati percepiti come un po' "coglioni" e decisamente poco esperti nell'arte della seduzione. Questo ritratto ha eliminato gli uomini asiatici dalla lista di possibili rivali degli uomini occidentali, permettendo loro di divenire i veri ed unici "predatori" sia in Oriente che in Occidente".

Forse e' tutto vero, anche se credo che tale teoria fosse piu' applicabile a qualche centinaio di anni fa, piuttosto che ad adesso, visto che -e ne sono assolutamente convinta -il vero cacciatore sia la donna.
Ma allora perche' ci sono ancora poche donne a scegliere un uomo asiatico (nato e cresciuto in Asia) per la vita?
La mia analisi considera solo i giapponesi, che conosco un po' meglio, e non tutti gli asiatici in generale. Sarebbe a dir poco supponente, pensare di conoscerli tutti.
Innanzi tutto c'e' un fattore estetico determinante: la scarsa fisicita', bassa statura, corporatura esile, piedi e mani di piccole dimensioni, pochissima barba, a volte inesistente, e poca peluria sul resto del corpo. Insomma, le caratteristiche corporee corrispondono poco all'idea di MASCHILE nell'immaginario del mondo femminile occidentale.
Pero' questo non basta a giustificare una tendenza cosi' persistente.
Marco mi ha aperto una "porta" d'interpretazione, ricordandomi il concetto Junghiano di animus ed anima.
Animus e anima sono considerati come elementi complementari, che ogni individuo deve necessariamente coniugare in sé, se vuole arrivare a sviluppare una personalità integra. La teoria junghiana designa un processo di differenziazione ed integrazione al tempo stesso, al termine del quale la personalità diviene un tutt'uno armonico ed unitario. Voglio sottolineare che per "sé" o "personalità integrale" Jung intende il raggiungimento di un'unità organica di tutti gli elementi della psiche, che porta il singolo a diventare un'entità responsabile e creatrice. Individuandosi, l'uomo si limita semplicemente a conformarsi alle proprie peculiarità. Al contrario, uno dei rischi maggiori dell'individuo è di identificarsi a tal punto con la sua "persona" o maschera sociale da non essere più cosciente di se stesso e finire per naufragare nei valori collettivi della società.
Ed e' proprio il naufragare nei valori collettivi della societa' il perno della questione: la societa' giapponese, infatti, annientando l'individualismo a vantaggio del collettivismo, induce gli uomini a perdersi, a perdere quell'armonia fra animus ed anima, che li contraddistingueva da piccoli, e che poi durante gli anni di scolarizzazione e' man mano svanita, fino alla completa dissoluzione. E' un processo indolore, sembra quasi che la societa' maschile venga anestetizzata, per sopportare le "fatiche" della societa', perdendo il proprio IO.
Quindi, la lingua, la societa', gli obblighi indotti, la meta finale, la realizzazione dell'uomo solo come fine societario annulla il bilanciamento di animus ed anima, a scapito completo dell'anima: la parte femminile, la sfera materna ed emotiva, riducendoli verso un'entita' piu' sterile.
Ed e' per questo che, secondo me, la donna occidentale, a cui la societa', la famiglia, l'istruzione hanno insegnato ad avere la sfera emotiva recettiva, a non negare nessuno degli aspetti della propria personalita', non trova un completamento con l'uomo giapponese.

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